Mia mamma nel ’68 aveva 26 anni, lavorava e viveva a Milano. Era fidanzata con mio padre e avevano entrambi lasciato casa dei genitori prima di sposarsi. Il ’68 mia mamma “l’ha fatto” soprattutto con la sua amica del cuore, più che con mio padre. Ho capito che mio padre si è avvicinato un pochino ai movimenti, dopo poco si è stufato e ha preferito concentrarsi sui suoi studi da fisico dove i conti tornavano più linearmente. La loro storia credo sia simile a molte altre di quegli anni mitici, per questo la condivido come stiamo chiedendo a voi di condividere le vostre. Oggi le ho chiesto di raccontarmela e mi ha detto che è importante ricordare che loro, quelli che “hanno fatto” il ’68, erano i primi giovani ad avere gli strumenti economici per cambiare gli stili di vita, che per capirci qualcosa bisogna aver chiaro da quale generazione provenivano, che era quella della guerra.

Mi ha detto che si è divertita moltissimo, che distribuiva volantini per una comune rurale in Cina e Mao era il punto di riferimento assoluto. C’era molto bisogno di comunità, di vicinanza e di autonomia, si formavano tanti gruppi a cui si apparteneva per un po’ e poi si cambiava. Mi ha anche detto che una mia prof. del liceo ha molto sperimentato la rivoluzione sessuale e io ho pensato chi l’avrebbe mai detto, lei, proprio lei che per me era solo una professoressa. Invece alcune forme di contestazione secondo lei erano spesso troppo ideologiche, quelle secondo lei non sono state utili.

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Io del suo ’68 ho ereditato molti vestiti di tessuto colorato e altrettanti ideali: l’autonomia, la necessità di “fare esperienze”, l’esterofilia, il desiderio di una vita comunitaria. un certo rifiuto del denaro, l’ambivalenza verso il potere e una certa difficoltà a stare nelle cose come stanno; tutte prospettive belle e complicate, soprattutto se non è più il ’68.  In terza media ho fatto le copie di casa e le ho distribuite ad alcuni amici ispirata da questi valori, ma mia mamma non era molto d’accordo.
Mi sarebbe piaciuto esserci, in questo unico anno che si dice che è stato “fatto” e non semplicemente vissuto. Credo sia una grande cosa avere la sensazione di “fare” il proprio tempo.

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