Il 10 aprile 1919 un uomo con un grande cappello in sella ad un magnifico cavallo roano, solo e senza scorta, se ne va a testa alta incontro al suo destino. Siamo in una fattoria di Chinameca, Messico. Ad un cenno del traditore, Jesus Guajardo, che lo ha attirato con l’inganno in quell’imboscata, decine di soldati federali, che stavano acquattati dietro i tetti e i balconi del patio, si affacciano con le carabine puntate e aprono il fuoco contro quell’uomo che avanza, tranquillo e fiducioso. Lui, crivellato di colpi, non ha neanche il tempo di estrarre la pistola e cade nella polvere. Muore così, molto cinematograficamente, Emiliano Zapata, rivoluzionario messicano. Questa è obiettivamente l’ultima sequenza di Viva Zapata!, girato nel 1952 da Elia Kazan con un giovane Marlon Brando, nei panni e nel cappello del protagonista. Ma pare che sia andata veramente così.

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Poi il cadavere di Zapata viene trasportato, gettato sul dorso di un mulo, nella piazza di Cuautla, che ospita il quartier generale dei militari. Per un giorno resta esposto su un catafalco. Le donne indios in lacrime agitano riverenti sopra di lui rami di palma – i
rami di palma della vittoria – per tenere lontane le mosche. Un’enorme processione silenziosa di peones e di campesinos color bronzo, il viso amaro, le teste scoperte, e di donne avvolte nel rebozo, l’abito tipico messicano, gli passano accanto, facendosi il segno della croce. Superstiziosamente tutti notano che mentre l’abito vivace del caudillo è punteggiato di buchi neri e macchiato di sangue, il suo viso invece è intatto e calmo.

zapata

Verso il tramonto una donna che sembra india ma in realtà è Hélene Pontipirani, giornalista francese di origine romena amante di Zapata, scende da un cavallo grondante di sudore, lo abbandona al suo destino ai margini della folla e si fa strada fino al catafalco. Poi si ferma un momento facendosi il segno della croce come gli altri, poi fa un passo avanti e, chinandosi, lo bacia sulle labbra. La folla aumenta. Le strade attorno alla piazza sono ostruite. I militari sono inquieti e fanno ritirare il corpo. La testa viene tagliata e legata al basto di un mulo che la porta in tutto lo stato del Morelos, la culla della rivoluzione zapatista. Per convincere il popolo, che non poteva crederlo, che Zapata, l’Invincibile, era morto.
Aveva iniziato guidando un piccolo esercito di campesinos male armati contro i grandi proprietari terrieri e i loro abusi. Era arrivato a conquistare Città del Messico, per due volte.

Così il 10 aprile Caterpillar si ricorda di Emiliano Zapata e della sua breve esperienza di democrazia diretta. Aveva fatto anche questo, è la Comune di Morelos, nel 1915.

(Grazie a Edgcumb Pinchon Zapata, l’invincibile, Feltrinelli, Milano, 1956)

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