Diventare grandi significa tante cose, intanto significa alzarsi di statura. A casa mia, i genitori incidevano sul muro della cucina dei segnetti e la data per tenere traccia dei centimetri conquistati negli anni. Ma a dirci che siamo grandi non è solo il corpo ma anche gli anni che passano e i diritti e doveri civili e giuridici che acquisiamo al compimento della maggiore età.

Il 6 marzo del 1975, il Parlamento Italiano approva la legge n.39 che abbassa la maggiore età dai 21 ai 18 anni, l’idea è di equiparare l’Italia ad altri paesi europei. A quei tempi il Presidente della Repubblica è Giovanni Leone e quello del Consiglio è Aldo Moro. La legge verrà poi promulgata l’8 marzo e recita quanto segue: “La maggiore età e’ fissata al compimento del diciottesimo anno. Con la maggiore età si acquista la capacità di compiere tutti gli atti per i quali non sia stabilita una età diversa.”

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Il compimento dei 18 anni è un rito di passaggio, un rito liminare, si passa dall’adolescenza all’età adulta, in certe società si nascondono i giovani nella foresta per farli vivere in solitudine per giorni, in altri, come in Giappone dove l’età adulta si raggiunge a 20 anni, si cambia il vestito. E’ uno dei grandi momenti di trasformazione universale, il passaggio verso l’autonomia, arriva l’età adulta e si possono/devono fare un sacco di cose nuove. In Italia al compimento dei 18 anni si può votare per la Camera, si può guidare con la patente B, ci si può sposare, si può andare a vivere da soli (la frase che ci siamo sentiti ripetere “aspetta di avere 18 anni e poi fai quello che ti pare”), ovvero si diventa responsabili di se stessi, si acquisisce piena capacità di agire.

Ma prima di tutto bisogna organizzare una festa.

Il 6 marzo, Catepillar si ricorda delle stecchette sul muro con cui segniamo la nostra età e di quella sensazione bella che ci prende a volte quando guidiamo la nostra auto (anche quella metaforica, l’auto della vita che nel mio caso è un motorino sfasciato) e ci sentiamo grandi.

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