Il 14 dicembre 2008, George Bush è per l’ultima volta in visita a Bagdad, che è Iraq, ma è anche terra americana. Visita a sorpresa, motivi di sicurezza. Sta tenendo una conferenza stampa con il primo ministro iracheno al-Maliki. Ufficialmente conferenza stampa congiunta, in realtà comanda lui, Bush, che sulla guerra in Iraq ha guadagnato il suo secondo mandato di presidente. Non sappiamo se le domande fiocchino e se invece la conferenza langue. Poi, mentre i due politici si stringono le mani davanti alle telecamere, un uomo si alza dalla terza fila platea e, invece di dichiarare la testata di appartenenza e proseguire con la domanda, lancia fulmineo una scarpa contro il presidente. Bush si sposta a destra e schiva con destrezza. L’uomo, che è bipede, lancia la seconda scarpa. Bush rischiva chinandosi. Il lanciatore è un giornalista iracheno di  30  anni, si chiama Muntadar Al-Zaydī e porta il 43. Una volta è stato rapito da una banda di criminali in una strada di Bagdhad e per due volte  è stato arrestato dalle forze armate statunitensi. Viene arrestato anche questa volta, condannato a tre anni, passa nove mesi in galera dove dice di essere stato sistematicamente torturato. Le scarpe hanno un grande valore simbolico per la cultura araba. Essere colpito dalla suola è un grande affronto. Quando le truppe Usa entrano a Baghdad abbattendo la grande statua di Saddam Hussein molti iracheni si scagliano sull’effigie del rais colpendola con le scarpe. Per sfregio.

Il corpo del reato, le scarpe lanciate contro Bush vengono distrutte dai servizi segreti, forse per eliminarne il potere simbolico. Che è però dilaga in tutto il mondo: in migliaia lasciano le proprie calzature di fronte alla Casa Bianca per protestare contro la guerra.  A Tikrit, città natale di Saddam Hussein, erigono una grande statua a forma di scarpa.

Così, il 14 dicembre, Caterpillar si ricorda delle scarpe in politica, da Kruscev che ne sbatte una sul seggio all’Onu a un amico che si toglie quelle da ginnastica per far terminare prima, per asfissia, i collettivi troppo noiosi.

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