Questa è una storia triste. La più triste delle storie tristi, di quelle che finisce male comunque. Comincia in un campo di sterminio nazista in Polonia, Sobibór. Cosa ti puoi aspettare da un inizio così. Il campo è pieno di prigionieri ebrei che non ne possono più e allora vogliono fare come nel Ghetto di Varsavia, o a Treblinka, un altro campo: rivoltarsi e fuggire. Tra i prigionieri c’è un ufficiale ucraino dell’Armata Rossa, Aleksandr Aronovič “Saša” Pečerskij: sa fare la guerra, è l’uomo giusto.  Alle 16 precise del 14 ottobre 1943   il vice comandante nazista visita il laboratorio di sartoria per provare una nuova uniforme: “Come mi  sta?”. Gli saltano addosso. Lo uccidono. La rivolta è iniziata, ora non è più possibile fare marcia indietro. I prigionieri uccidono con asce e mazze dieci tedeschi, due Volksdeutsche e otto guardie ucraine. Cercano di prendere l’arsenale del campo. Ma un cadavere viene scoperto, le guardie cominciano a sparare. I prigionieri scappano verso il bosco, ma c’è di mezzo un campo minato. Muoiono a decine saltando sulle mine, aprono la strada a quelli dietro. Scappano in 300, 70 muoiono subito, 170 nei giorni seguenti, appena catturati dalle SS, gli altri piano piano. Dicono che solo 48 uomini e 10 donne siano sopravvissuti alla fuga da Sobibór. 58 vivi contro, probabilmente, 250 morti. “Saša” Pečerskij è uno di questi. Fa il partigiano, lo feriscono. Alla fine della guerra lo chiamano a testimoniare a Norimberga, ma i Sovietici non ce lo mandano. Anzi: lo imprigionano in un campo di lavoro, chissà quanto simile a Sobibór: se è finito prigioniero dei tedeschi è colpa sua. E già che ci sono mettono dentro anche il fratello. Poi lo liberano, per le proteste internazionali, ma molto poi. Intanto il fratello è morto in prigionia. Quando esce il film, Fuga da Sobibor, Rutger Hauer, che interpreta lui, prende un Golden Globe come miglior attore protagonista. Lui non lo fanno andare alla prima. Nel 2007, 17 anni dopo la sua morte,  mettono una targa sul muro della casa dove ha vissuto. Ma piccola.
Ve lo avevo detto che questa è la storia più triste del mondo?

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