Henning Mankell è morto oggi in Svezia dopo aver vissuto  molto tempo in Mozambico e molto averne scritto. Mankell è anche, per molti di noi soprattutto, l’inventore del commissario Vallander. Dodici romanzi di indagini a Ystad, Scania: dove ci si interroga sul destino della Svezia (“Che paese è – si chiede il Commissario – quello dove nessuno ricuce più i buchi dei calzini?”); dove la sua squadra investigativa fa più riunioni di un servizio di salute mentale di Trieste – perché quando si fanno le cose per bene le riunioni sono importanti -; dove si vivono le inquietudini di tutto l’Occidente davanti ai cambiamenti epocali.
Così in molti siamo andati, pellegrinaggio laico, a Ystad. Così ci siamo arrabbiati con Marsilio, che lo ha tradotto in Italia, grazie, ma un po’ come gli veniva: in un romanzo Wallander è triste, e con noi lui, per la morte di un padre complicato. In quello tradotto dopo, ma scritto prima, il padre c’è ancora e dipinge quadri con gli urogalli.
Al padre letterario di Vallander, Henning Mankell, interessavano molto le sorti del mondo. Nel 2010, per dirne una, si imbarca sulla Freedom Flotilla per forzare il blocco navale israeliano alla Striscia di Gaza. Gli israeliani non la prendono bene, c’è un assalto alle navi. Finisce con nove morti.
Lo avevo intervistato in pubblico, a Festival Letteratura di Mantova, facendo girare – che spiritosone – una petizione per chiedergli di scrivere ancora di Vallander. L’aveva firmata lui per primo, da vero dadaista, e ha mantenuto la promessa. Era sposato con Eva Bergman, la figlia del regista, ma io non avevo avuto il coraggio di chiedergli come ce la si cava quando si ha per suocero un gigante del ‘900. E la cena di Natale a casa Bergman? Com’è? Atmosfera rilassata? Si fanno battute? Barzellette?

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