15 maggio: quando i marinai giapponesi cercano di uccidere Charlie Chaplin, ma lui si salva con il  sumo. E poi undici pollici mozzati

1932, 15 maggio, Giappone. Un gruppo di ufficiali di marina tenta un colpo di stato. Sono undici, molto giovani e molto fascisti. Vanno a casa del primo ministro. Lui capisce che si mette male e dice  “Se parliamo possiamo comprenderci”, loro rispondono “Non serve discutere” e lo uccidono. Poi attaccano la residenza del Supremo custode del sigillo segreto del Giappone, che non so cosa sia e Wikipedia non lo dice ma per loro deve avere un discreto potere simbolico. Poi lanciano bombe in una banca e nelle  cabine elettriche. Poi capiscono che non serve a nulla,  prendono un taxi – “Ci porti alla centrale di polizia, grazie“ – e si costituiscono. Non si sa se prevale un codice d’onore e pagano la corsa oppure, militarmente, se ne fregano.
Quando sono davanti alla Corte Marziale in 350mila scrivono una petizione invocando clemenza e la firmano con il sangue. Poi undici giovani della Prefettura di Niigata dicono “Giustiziate noi al posto loro” e per far vedere che sono seri allegano alla missiva undici indici mozzati.
Così i marinai se la cavano con poco, il militarismo giapponese ne esce ringalluzzito e si va verso Pearl Harbor e la Guerra. Gli ufficiali vogliono uccidere anche Charlie Chaplin, che è in  visita in Giappone e che come tipo umano, si capisce, può stare molto sulle scatole a dei giapponazisti in divisa. Ma lui è andato a vedere un incontro di sumo insieme al figlio del primo ministro. Così si salvano entrambi, Chaplin avrà una vita lunga e noi ci siamo goduti anche “Tempi moderni” e “Il grande dittatore”. Alla faccia dei fascisti giapponesi.

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