L’ABC della protesta (Marco Ardemagni)

Ho seguito le vicende delle contestazioni alla riforma Gelmini soprattutto attraverso i giornali e poi anche dalla strada, riportando per Caterpillar in diretta da qualche corteo. Ne ho tratto sufficienti indicazioni per segnalare un evidente impazzimento comunicativo sia sul merito della riforma (quasi sempre trattato poco e male) sia – soprattutto – sul problema della violenza espressa nelle manifestazioni (incidentalmente: basta, per favore, basta con la citazione di Pasolini: abbiamo capito!)

Il vero guaio sono stati i dibattiti radiotelevisivi. Ho trovato davvero irritante che tutta una serie di politici (e non mi riferisco ai casi più estremi di Gasparri e La Russa) o di commentatori (penso ad esempio a Porro de il Giornale o Cruciani di Radio24), prima di predisporsi a fare finta di ascoltare le istanze degli studenti, abbiano chiesto loro il patentino di non violenti e la condanna dei teppisti. Come se ogni volta, prima di dare la parola, che so, alla Marcegaglia, pretendessimo da parte sua una dichiarazione che non si comporta come Calisto Tanzi e, ancor prima di ascoltare le sue ragioni, le chiedessimo una reprimenda contro tutti gli imprenditori bancarottieri. (Incidentalmente: ha fatto più danni al patrimonio di terze parti, l’operato di Calisto Tanzi o la somma dei comportamenti distruttivi dei teppisti di questi giorni? Certamente il primo, ma come al solito tendiamo a sopravvalutare la violenza che si vede e si veste male rispetto a quella immateriale in giacca e cravatta).

Oltretutto questo stratagemma dialettico di chiedere agli studenti la condanna della violenza comporta il fatto che nel dibattito il tema venga subito spostato dal merito della riforma alle forme della contestazione, dove i commentatori hanno gioco facile a maramaldeggiare sugli studenti.

Al tempo stesso trovo irritante il comportamento degli stessi studenti che si rifiutano di condannare la violenza, magari con poche intelligenti parole per poi passare a martellare utilmente sulla riforma. In qualche modo hanno ragione a dire di non essere stati ascoltati, ma se una parte politica ha avuto il torto di non avere ascoltato studenti e ricercatori prima di stendere la riforma, l’altra parte politica ha avuto quello di perdere le elezioni: è la democrazia, bellezza).

Un’altra cosa – spero l’ultima – che ho trovato irritante è l’atteggiamento di altri commentatori, questi ultimo di orientamento più di sinistra (mi viene in mente ad esempio Luca Telese) che dicono grosso modo: “la manifestazione pacifica è stata rovinata da qualche centinaio di black block”. Beh amici, non è così semplice.

La verità è che i cortei che ho seguito recentemente (composti in quantità decrescenti da studenti, ricercatori, precari, centri sociali, immigrati ecc.) ma anche a quelli a cui mi è capitato di partecipare personalmente in passato, sono formati, quasi sempre, da persone che hanno davvero un atteggiamento molto variegato sulla violenza. Non bastano due gruppi (i non-violenti e i black block) per descriverli, per descriverci. Possiamo, a grandi linee, distinguere non due, ma almeno tre gruppi. E poi il primo gruppo, quello dei non-violenti, merita sicuramente una maggiore suddivisione.

Il primo e più pacifico gruppo possiamo chiamarlo gruppo A. Ed in quasi tutte le manifestazioni è largamente maggioritario. È composto da persone che in prima persona NON sarebbero in grado di fare male a una mosca e odiano la violenza in qualsiasi forma si presenti. Il problema però è la violenza degli altri. In altre parole: cosa succede se poi qualche altro manifestante, non appartenente al gruppo A, prorompe in atti violenti? Succede che questo gruppo A si suddivide ulteriormente in altri sottogruppi. Ci sono gli A1: quelli che se ne vanno impauriti o schifati dalla violenza; gli A2: quelli che condannano mentalmente i gesti dei violenti “quei bastardi ci stanno rovinando la manifestazione pacifica”, (e magari pensano che alcuni di loro siano provocatori in malafede) però restano in manifestazione; gli A3: quelli che non solo condannano mentalmente, ma addirittura fronteggiano apertamente i violenti che stanno rovinando la manifestazione pacifica (questi A3 di solito sono davvero pochi, casomai qualcuno del servizio d’ordine, e a volte eccedono pure); gli A4: quelli che fanno finta di niente; gli A5: quelli che, pur dicendo di odiare la violenza, sotto-sotto ammirano i violenti, perché quelli riescono a esprimere meglio la propria rabbia con gesti eclatanti e in fondo si sentono un po’ vigliacchi per non essere in grado di fare altrettanto; gli A6: quelli che non ammirano i violenti, ma si sentono protetti dalla presenza di qualcuno un po’ tosto, nel caso ci fosse da fronteggiare la polizia.
Perché in generale poi, anche nelle persone di questo multiforme gruppo A, c’è sempre la sensazione che la minaccia alla propria incolumità, casomai, possa venire più da qualche mossa errata o da qualche over-reaction delle forze dell’ordine che non dal comportamento irresponsabile di qualcuno dei manifestanti (il che, spiace dirlo, in qualche caso può essere anche vero). Insomma anche in questo multiforme gruppo A i cori contro le forze dell’ordine: “via via la polizia” o “nella mia città c’è una malattia che non va più via: è la polizia” , spesso prevalgono su quelli contro i violenti interni.

C’è poi un gruppo intermedio, chiamiamolo gruppo B, in cui l’insofferenza verso le forze dell’ordine è ancora più accentuata. Questi non vanno in manifestazione direttamente per rovinarla, ma sanno che la violenza è nell’ordine delle cose. Non portano da casa oggetti per offendere, ma magari dei caschi o dei passamontagna per difendersi, non si sa mai. Forse in alcuni di loro prevale la rabbia e la voglia di reagire (possiamo quasi ipotizzare un gruppo B1), mentre in altri di loro, B2, prevale quasi una forma di gusto perverso verso l’azione violenta, ma senza premeditazione. Non sono black block, ma se c’è da menare le mani non si tirano indietro. E se nel corso della manifestazione maturano la sensazione che le forze dell’ordine abbiano fatto qualcosa di sbagliato (e questa sensazione ce l’hanno spesso, qualche volta a ragione, più spesso a sproposito) non disdegnano di utilizzare del materiale trovato in strada (sassi o quant’altro) contro di loro. Io penso, ad esempio, che il povero Carlo Giuliani facesse parte di questo gruppo.

C’è infine un gruppo C, di violenti duri e puri, i black block veri e propri, quelli che partono da casa già con la voglia di distruggere tutto, ma soprattutto gli emblemi del potere politico ed economico. Forse anche qualche studente fa parte di questo gruppo, che opera con modalità ampiamente contaminati con quelle delle tifoserie organizzate più violente, alla costante ricerca dello scontro con le forze dell’ordine per antropologica e tribale avversione coltivata dentro e fuori gli stadi. Di questi, mi spiace, ma non parlo, se non per dire che non c’è ancora abbastanza fronte comune contro di loro.

Marco Ardemagni

3 Responses to “L’ABC della protesta (Marco Ardemagni)”

  1. [...] della protesta di Marco Ardemagni Ho seguito le vicende delle contestazioni alla riforma Gelmini soprattutto attraverso i giornali e p… [...]

  2. MA… anche tu hai soprattutto parlato delle forme della protesta e non dei contenuti!
    E sì che ti avevo fatto una capa tanta.

  3. Hi! E’ un po’ tardi,ma ho visto quanto sopra solo ora.
    Ma…e che ne pensi di quelli che provocano danni che rimangono sui muri delle case per sessanta anni e oltre?(vedi ad esempuio le frecce dei rifugi antiaerei-su alcune case sono ancora lì).Pensa che i nostri figli vedranno le case imbrattate di spray (perchè, pensi che li cancellino?)e sarà per loro normale.Bel vivere.

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